Diario paolo

Cara Suor Lorenza,

è domenica 8 febbraio e finalmente abbiamo riabbracciato i nostri bimbi che da una settimana non ci vedevano e sentivano tanto la nostra mancanza. Un prete di montagna una volta diceva che il bene procede per vasi comunicanti: la sofferenza dei nostri bimbi a distanza di 8000 chilometri si è trasformata nella gioia dei nostri bimbi indiani.

Ma andiamo con ordine. Il viaggio si apre con una simpaticissima signorina Roth al check-in della KLM che ha da questionare sull’extrapeso delle nostre valigie. Io perdo la poca pazienza che ho quando lei si lascia andare alla famosa dichiarazione: “non dipende da me…sono le regole!!” Cara Lorenza io penso che il mondo andrebbe molto meglio se le persone la smettessero di pensare che dipende sempre da regole definite da altri. Ognuno di noi può decidere nel suo piccolo di fare del bene o meno: la Roth può far finta di commettere una sbadataggine e non vedere che la valigia pesa 25 kg invece di 20, perchè dentro ci sono i quaderni per le bambine di Welleru, le collanine e i peluche…. È una buona causa e varrebbe la pena mettersi in gioco per una buona causa, il mondo sarebbe migliore, al posto che trincerarsi dietro delle regole !!

Il viaggio con i suoi molteplici scali (ma la coraggiosa cordata di imprenditori italiani che ha salvato Alitalia a spese degli italiani quando si decide a fare un diretto Malpensa – Mumbai?!) è abbastanza stancante e l’impatto con l’aeroporto di Hyderabad non è proprio dei migliori. Di fronte ad un meraviglioso e modernissimo aeroporto, mi sorge spontanea una domanda: “Ma come, eravamo venuti qui per aiutare gli ultimi dell’India e arriviamo in un posto degno del miglior Dubai…???”

Non so cosa pensare: essere felice per la voglia di emergere di queste persone o preoccupato dalla troppa avidità. Il saggio dice chi vivrà vedrà…comunque è un fatto che venire accolto dal profumo del Mac Donald al posto che di quello di curry e cumino non è una bella sensazione ….tutti e due ti impregnano i vestiti, ma sai che differenza… Nonostante tutto riprendo fiducia quando vedo che nonostante le belle piante bagnate dall’irrigazione artificiale il driver indiano che tu avevi commissionato ha capito di prelevare una persona il 6 di febbraio al posto che 6 al primo di febbraio…( quindi abbiamo aspettato invano per un’oretta qualcuno che non sarebbe mai arrivato!): ma allora l’India esiste ancora , posso stare tranquillo !! Dopo tre orette di pulmino con sorpassi da playstation arriviamo alla missione. Riabbracciarti è una sensazione particolarissima. Sembra di essere andati via la scorsa settimana. Il calore con il quale ci accogli ci fa sentire parte di una grande famiglia. All’improvviso le stanchezze del viaggio, le preoccupazioni per i figli e del lavoro scompaiono e ci fanno pensare che non potevamo far altro che essere qui in questo momento.

Un piccolo rinfresco ed è già il momento di visitare l’ospedale dei malati di AIDS. Mi ricordo che l’anno scorso era stata una delle visite più tristi che avevamo fatto . Questa volta invece ci accoglie un nugolo di bambini allegri e giocosi. Sicuramente c’è sofferenza ma i bambini hanno risorse infinite. Distribuiamo i giochi e poi stiamo lì a spendere un po’ di tempo cercando forse di sognare un futuro migliore per questi bimbi che senza colpa sono nati da mamme infette di un virus letale. Il punto è che questi bambini sono HIV positivi ma non hanno l’AIDS e non hanno degli spazi a loro dedicati in modo da levarsi dall’ospedale dove vivono la sofferenza dei propri congiunti, già in uno stadio conclamato della malattia infettiva, cioè l’AIDS. Ma forse nel disegno della sofferenza c’è un’opportunità e un fine. In effetti il nostro progetto era rivolto a costruire delle casette per questi bimbi, siamo qui anche per questo!! Veniamo a sapere che Padre Colombo sta destinando un terreno proprio a questo scopo: non rimane che parlarci e vedere il da farsi. Nel corso della serata organizziamo con Padre Colombo un sopralluogo al terreno per rendersi conto della situazione. Ancora una volta veniamo contagiati dalla voglia di fare e dalla sensazione che siamo dei fortunati ad essere qui a condividere con loro questi momenti bellissimi.

E’ presto giorno e veniamo svegliati dalle preghiere indu che penetrano dall’esterno del convento…una piccola forma di concorrenza? E solo più tardi (sono le 6?) i dolci canti delle Sisters del convento. Ed e’ facile sentirsi beati, immersi in questa atmosfera mistica.

Padre Colombo ci viene a prelevare con “il jeep”-come dice lui- ed il programma è presto fatto: messa in un villaggio e poi sopralluogo ai terreni.

Quest’uomo di ottant’anni ha una carica eccezionale. Quest’anno sono cinquant’anni che fa il missionario in India e ha una vitalità unica e coinvolgente.

Arriviamo in un piccolo villaggetto con tanto di chiesa cattolica. Mentre lui si prepara ci esorta: “ io suono la campana, voi andate a fare propaganda e a raccogliere le persone…dite puja che magari vi capiscono meglio” e così ci addentriamo nel villaggio e dopo poco come per magia abbiamo una coda di bambini sorridenti che conduciamo nella piccola chiesa. La messa è in telegu- la lingua del luogo-, ma Padre Colombo ci traduce i punti salienti in italiano. Poche parole di quelle che vanno dirette al cuore. Pochi ma chiari messaggi: Gesù è il bene supremo, colui che ti permette di far del bene agli altri. Chi viene a messa deve avere fedi in Lui, se no e’ tempo sprecato. Tra i doni all’altare i bimbi portano anche il sacchetto di caramelle che Marco ha comprato per loro. A fine messa potranno gustarle, restando seduti per terra in silenzio. I bambini hanno dei bellissimi quaderni con le parabole da colorare e Padre Colombo li esorta a mostrarceli. Se penso al nostro catechismo tanto ideologico…L’entusiasmo con cui i bimbi fanno a gara per raccontarci le parabole illustrate nei loro ordinati quadernetti e’ davvero commovente. A dire il vero penso con affetto agli amici del nostro Rotolo, la catechesi familiare cui partecipiamo, che si sono inventati di far colorare i cartelloni dei vangeli. Sembra di essere un po’ a casa.

L’amore percorre vie semplici e lineari; forse per questo qui fra voi ci sentiamo così vicini a Dio.

Chi partecipa alla messa ha un vantaggio: può andare a scuola con la jeep di Padre Colombo….in pochi secondi ci sono una decina di bambini accatastati sul mezzo come solo gli indiani sanno fare. Del resto capita spesso di vedere qui tricicli motorizzati tipo Ape car con almeno venti bambini dentro (portata max. 4) con tutte le cartelle appesa agli specchietti.

Dopo aver fatto tutte le consegne siamo finalmente a Aniapura che si trova a circa quindici minuti dalla missione e dall’ospedaletto dei malati. Eccoci sul terreno che volevamo vedere,ove peraltro operano i famosi pozzi donati da Marco una ventina di anni fa, che hanno consentito la coltura diffusa del riso: questo già ci mette di buon umore. Lasciata la statale c’è una strada sterrata che scorre fra due risaie. All’improvviso Padre Colombo arresta la jeep. “Ecco vedi Paolo qui a destra c’è il terreno . Io faccio tre edifici: iniziamo con una scuola di circa 300 metri quadrati per i bambini HIV positivi. Poi, se abbiamo i fondi, tiriamo su un dormitorio maschile a sinistra e uno femminile a destra. Vedi basta fare i riporti di terra, riempire, spianare, edificare”. Io vedo solo una risaia. Ma capisco che i miei occhi sono ciechi. Lui ha già visto lontano e forse ha già letto nel mio cuore e in quello di tutti gli amici che ci hanno aiutato: siamo a disposizione, l’importante per noi è fare. Spazio ai fatti più che alle parole. Cerco di fare qualche opposizione sulla qualità del terreno, l’ubicazione, sul fatto che magari facciamo una cosa ma poi non avremo bambini. Più vado avanti più mi rendo conto che sono immotivatamente titubante. Ma come faccio a non vedere? L’edificio è già lì e lui me lo sta descrivendo con la massima semplicità e tranquillità di Chi vede e Chi sa. Cerco di prendere un po’ di tempo per consultarmi ma il mio cuore ha già deciso perché ha sentito una salda mano a guidarlo. E non riesco mai a distogliere l’attenzione dal fatto che qui con 30.000 euro uno può cambiare la vita ad un centinaio di bambini costruendo una scuola e con 200 euro l’anno può mantenere uno di loro per un anno. L’equivalente di una automobile e di una bella cena.

Solo a tarda sera, concorde con Vale su tutta la linea, parliamo con Padre Colombo per dichiarargli la nostra disponibilità ad ampliare il PROGETTO in favore dei bimbi HIV positivi, impegnandoci a versare i fondi finora raccolti- sono circa 12000 euro!- e a cercarne di nuovi una volta tornati in Italia.

La tua presenza, cara Suor Lorenza, ci conforta e ci illumina: “ Lui e’ grande. Con l’aiuto della Provvidenza il progetto prenderà forma”.

Col cuore gonfio di entusiasmo e di fiducia ci ritiriamo nella nostra stanza.

La gioia con cui i nostri amici italiani hanno aderito al PROGETTO prima ancora che questo avesse radici così solide ci conforta, e ci fa credere che insieme a loro realizzeremo davvero qualcosa di solido.

Scritto da Paolo K., rivisto e corretto da Valentina K.